IL LATTE AD ALTA DIGERIBILITA'
Deficit di lattasi: prevenzione dell’osteoporosi e aspetti pediatrici

Numerosi studi negli ultimi decenni hanno identificato una specifica sintomatologia legata all'intolleranza da lattosio, caratterizzata da aerocolia, borborigmi, dolori addominali e diarrea. Con il termine di intolleranza al lattosio si intende una ridotta capacità di digestione e assorbimento del disaccaride lattosio da parte dell'intestino tenue per una diminuita produzione dell'enzima beta galattosidasi (lattasi), localizzata sul bordo a spazzola (microvilli) degli enterociti del piccolo intestino. È stato appurato che la produzione di lattasi è legata all'età nella maggioranza delle popolazioni nel mondo. In un recente studio è stato messo in evidenza che la produzione di lattasi si riduce del 15% nella popolazione con età superiore ai quarant'anni e raggiunge il 50% in soggetti con età compresa tra i 60/79 anni.

Con la collaborazione di: Franco Balzola (Specialista in Dietetica e Nutrizione Clinica)

Poiché il latte e i latticini freschi sono una fondamentale fonte di calcio (oltre che di altri nutrienti quali proteine e vitamine), la cessazione del consumo di latte provoca facilmente carenza di calcio nella dieta, che difficilmente si compensa con altri alimenti; questo è uno dei motivi per cui c’è un’evidente correlazione tra ipolattasia, scarso consumo di latte e osteoporosi.
Soprattutto in alcuni periodi della vita, come durante la pubertà e dopo la menopausa, maggiori sono le richieste di minerali per rispondere alle esigenze della crescita o per compensare il loro diminuito assorbimento intestinale con conseguenti problemi di decalcificazione del tessuto osseo.

Con la collaborazione di: Giancarlo Isaia –"Direttore della SC Geriatria e Malattie Metaboliche dell'osso" AOU San Giovanni Battista di Torino

Il lattosio è il principale zucchero del latte dei mammiferi (donna, mucca, capra, asina, etc): è un disaccaride e per poter essere assorbito viene scisso nel piccolo intestino dalla lattasi in due zuccheri semplici (glucosio e galattosio). I livelli dell’enzima sono geneticamente determinati e variano da soggetto a soggetto in base a fattori genetici o ambientali. Il deficit enzimatico può essere infatti primitivo o secondario. Il deficit primitivo può a sua volta essere congenito ad esordio neonatale, o acquisito a comparsa più tardiva.

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Il deficit congenito è grave in quanto si accompagna a deficienza totale dell’enzima e si manifesta con diarrea osmotica severa non appena il neonato comincia ad assumere il latte. Fortunatamente è estremamente raro. Molto più frequente è invece il deficit acquisito che interessa oltre la metà della popolazione mondiale anche se non sempre con sintomatologia eclatante. Il declino dell’attività lattasica inizia a partire dall’epoca dello svezzamento, ma si rende manifesto a partire dal 5° anno di età fino all’età adulta e varia a seconda delle popolazioni, essendo più precoce e marcato nelle popolazioni del sud rispetto a quelle del nord Europa. I sintomi: diarrea fermentativa o più frequentemente fastidioso dolore addominale crampiforme ricorrente accompagnato da meteorismo e nausea insorgono a 1-2 ore di distanza dal pasto contenente latte o derivati e sono proporzionali alla dose di lattosio presente nell’alimento.
Sono infatti dovuti all’effetto osmotico del disaccaride che raggiunge indigerito il colon dove causa: accelerato transito , produzione di idrogeno , acidi grassi a catena corta e metano con distensione delle anse. Il deficit secondario si riferisce alla improvvisa e transitoria perdita di lattasi (in individui con enzima precedentemente presente) a causa di una patologia che ha danneggiato l’orletto a spazzola dei villi intestinali dove esso è contenuto. Nei bambini le patologie più frequentemente implicate sono le gastroenteriti virali (soprattutto da rotavirus), la giardiasi, la celiachia.
Diagnosi. Il sospetto si pone quando in presenza dei sintomi clinici descritti il ph fecale risulta ridotto e nelle feci sono presenti sostanze riducenti (test di kerry positivo). La conferma diagnostica avviene attraverso il breath test che misura la quantità di idrogeno eliminata attraverso il respiro a seguito della somministrazione di lattosio.
Trattamento. Il trattamento dipende dal tipo di forma dell’intolleranza al lattosio e dall’età del paziente. Nell’evenienza di una intolleranza congenita la esclusione del lattosio deve essere completa e per tutta la vita. A parte questi casi eccezionali, nelle forme acquisite nei lattanti sono indicati latti delattosati speciali, adattati nella composizione alla prima infanzia, utili anche nelle forme secondarie, ma solo per il periodo necessario alla ricostruzione dei villi e del loro corredo enzimatico. Dal primo anno in poi (specie nelle forme primitive ma anche nelle secondarie) è invece sufficiente la riduzione del lattosio attraverso un alimento che deve garantire calorie equivalenti e apporto di calcio. Il grado di restrizione è proporzionato ai sintomi, ma va tenuto presente che nella maggior parte dei casi sono tollerati fino a 12 g di lattosio, purchè suddivisi nella giornata.
Un latte povero di lattosio gradevole al palato e facilmente reperibile come quello proposto dalla Centrale del latte di Torino risponde a questi requisiti.
Le quantità di lattosio ancora presenti nel latte alta digeribilità sono ben tollerate nella maggior parte dei casi, anzi la loro fermentazione ha un effetto “prebiotico” favorendo una flora acidofila, modifica positivamente la motilità e favorisce l’assorbimento di calcio.

Con la collaborazione di Cristiana Barbera, Pietro Lerro - Maria Kuvidi - Servizio di Gastroenterologia pediatrica. Università OIRM -Torino